RASSEGNA DEL VENERDI’ POMERIGGIO

 

“POMERIGGI D’ARTE AL CINEMA”

LA RASSEGNA SULL’ARTE DEL VENERDI’ POMERIGGIO

( L’arte incontra il cinema ed è subito bellezza e incanto, spettacolarità e poesia insieme. Storia e immagini che lasciano senza fiato )

DAL 6 OTTOBRE AL 15 DICEMBRE

ORE 16:30 e 19:00

INGRESSO € 5,00

 

 

I GRANDI DEL RINASCIMENTO ITALIANO

Botticelli_POSTER_100x140 modificato TRAILERVENERDI’ 6 OTTOBRE

A distanza di secoli l’opera di Botticelli continua a coinvolgere ed emozionare. I suoi quadri più celebri portano nei musei e nelle mostre di tutto il mondo migliaia e migliaia di visitatori ogni anno. Tuttavia uno dei suoi disegni più intimi e misteriosi – forse uno dei più importanti per comprenderlo nel profondo- è rimasto a lungo chiuso nei depositi climatizzati del Vaticano. Si tratta del disegno che Botticelli dedicò all’Inferno di Dante e che diventa oggi protagonista di un film documentario originale, appassionato e coinvolgente. Per secoli, la mappa dell’Inferno è rimasta chiusa nei depositi Vaticani. Ma cosa spinse il maestro fiorentino – che tutti noi conosciamo grazie alla “Nascita di Venere” e alla “Primavera” degli Uffizi – a disegnare l’inferno dipinto da Dante? Qual è il segreto di questa straordinaria opera d’arte? E in che modo rivela il lato oscuro e meno noto di Botticelli?
Botticelli – Inferno trasporterà gli spettatori in un altro mondo: un viaggio nel sottosopra attraverso i nove livelli dell’inferno. Proprio come nell’opera di Dante, infatti, solo attraversando Inferno e Purgatorio si potrà giungere al Paradiso e uscire “a riveder le stelle”.
Botticelli fece rivivere le descrizioni dantesche in un totale di 102 disegni minuziosi. Il fulcro dell’opera è proprio la “Mappa dell’Inferno”: una sorta di guida attraverso l’inferno con tutti i suoi vari livelli. Un lavoro affascinante e allo stesso tempo efferato su peccatori e contrappassi, incubi e punizioni. Ma cosa ci racconta oggi questa immagine oscura? Quanto svela di quel lato più inquieto e mistico di Botticelli e quanto parla alle nostre anime moderne?
Lo scrittore e regista Ralph Loop ha creato un film che si rivela un viaggio sontuoso in luoghi spesso inesplorati per avvicinarci all’uomo Botticelli e al suo lavoro. Le riprese sono state realizzate in Vaticano, a Firenze, Londra, Berlino e in Scozia durante l’estate del 2016. Proprio in occasione del film, la “Mappa dell’Inferno” è stata digitalizzata con uno scanner ad altissima definizione che ha portato a luce dettagli fino a quel momento invisibili ad occhio nudo.

LonardoDaVinci_POSTER_100x140 modificato TRAILERVENERDI’ 13 OTTOBRE

A partire dalla mostra a lui dedicata a Palazzo Reale di Milano mentre era in corso l’Expo il documentario ripercorre l’attività di Leonardo Da Vinci nel periodo in cui si trovava nella città durante la signoria di Lodovico il Moro. Ciò consente di collocare alcune sue opere nel contesto culturale e sociale dell’epoca in cui sono state concepite.
Non è mai facile ‘raccontare’ un artista cogliendolo in una fase della sua vita senza cadere nel didascalico verboso o nel romanzesco fine a se stesso che sempre più caratterizza alcuni pseudo documentari che capita di vedere su alcune reti televisive. L’impresa si rivela ancor più difficile quando il soggetto preso in esame è un ‘genio’ a 360° come è stato Leonardo sulla cui vita e sulle cui opere, oltre a tutto, permane ancora oggi in alcuni casi un alone di mistero. Questo documentario è riuscito a superare la prova guadagnandosi sul campo l’appellativo di ‘didattico’ alleggerito di qualsiasi valenza che non sia positiva. A partire dalla presenza degli esperti che spesso, in prodotti analoghi, sono presenti più per pontificare (in un’epoca in cui il Papa stesso non pontifica più) che per fare ‘entrare’ davvero lo spettatore nello spirito del tempo in cui le opere proposte vennero concepite.
Qui, a partire dal curatore della mostra Pietro Marani, ognuno trova l’occasione per aiutare a comprendere una personalità aperta i cui lavori restano a loro volta ‘aperti’ al futuro e alla lettura di chi guarda come sottolinea Vittorio Sgarbi. La presenza di Leonardo a Milano viene annunciata dalla sua stessa presentazione al Moro in cui enuncia tutte le arti e le tecniche in cui è versato. Le opere, a partire dalla prima di cui si segue il viaggio da Parigi fino a Palazzo Reale, non vengono solo mostrate e analizzate ma fatte rivivere grazie a testimoni che dal passato tornano a dirci come quei quadri o quei disegno nascessero dallo sconfinato desiderio di ricerca del genio ma anche dalle meno esigenze di vanità o di riconoscimento sociale dei committenti.
Ecco allora che Lodovico il Moro ci parla di come Leonardo non abbia portato a termine alcuni dei progetti a lui affidati ma anche di come abbia ritratto magnificamente le sue favorite, mentre proprio una di esse, Cecilia Gallerani, ci rivela quali siano state le sue reazioni dinanzi al proprio ritratto. Il Leonardo che domina Piazza della Scala, con il monumento attorniato da allievi, scende così dal piedistallo per tornare ad essere ciò che era: un uomo straordinario, un ricercatore che ricercava l’architettura nell’anatomia umana, ma anche un essere umano con amici e nemici, compreso da alcuni e sottostimato da altri.
Solo così il documentario esce dalle teche riuscendo a far scoprire a chi guarda (specie se giovane) non un’icona nozionistica ma appunto un uomo seppure dalle qualità eccezionali, capace di vivere il suo tempo ma anche di andare oltre.

Michelangelo_POSTER_100x140 modificato TRAILERVENERDI’ 20 OTTOBRE

Uomo dall’energia straripante, ossessionato dall’arte, a tratti selvatico, complesso, fragile, assolutamente geniale. Michelangelo Buonarroti (1475-1564), figlio del podestà Ludovico di Leonardo Buonarroti Simoni, fu uno dei giganti che attraversarono la magnifica stagione del Rinascimento italiano. La sua esistenza tormentata e burrascosa e il suo eccezionale talento ne fecero uno degli artisti più amati di tutti i tempi, autore di capolavori come il David, la Pietà, Mosè, la Cappella Medicea, la volta della Sistina e il Giudizio Universale, la Pietà Rondanini…

Scultore, pittore, architetto e poeta, l’artista nato a Caprese nel 1475 sarà il protagonista dell’ultimo docu-film, con eccezionali immagini in alta definizione, della stagione 2017 della Grande Arte al Cinema. Michelangelo. Amore e morte propone infatti un viaggio cinematografico d’eccezione attraverso le opere, i musei e i luoghi fondamentali della vita del Buonarroti: Firenze naturalmente, e poi Roma e la Città del Vaticano.

Diretto da David Bickerstaff e prodotto da Phil Grabsky il docu film si snoda attorno a una delle figure più carismatiche ed enigmatiche del Rinascimento, esplorandone i rapporti con i contemporanei e l’eredità artistica che ha lasciato dietro di sé. Ripercorrendo la biografia di Vasari, si comincia con l’apprendistato nella bottega del Ghirlandaio e l’incontro con Lorenzo il Magnifico nel Giardino di San Marco, una sorta Accademia ante litteram dove i giovani talenti studiavano le opere e le tecniche artistiche, copiando giorno dopo giorno le collezioni di arte antica dei Medici; seguono lo studio attento del corpo umano, di cui ci racconta il professore di anatomia Peter Abrahams, e la relazione complessa con i vari, eccezionali artisti fiorentini dell’epoca. Il film invita gli spettatori ad esaminare intimamente le opere e il processo artistico di Michelangelo: dalle cave di Carrara da cui ha attinto i suoi marmi, come ci racconta Francesca Nicoli dei Laboratori Artistici Nicoli, sino ai segreti dei lavori di più recente attribuzione.

Il percorso si snoda infatti dalle opere più antiche, come i rilievi marmorei della Madonna della Scala e della Centauromachia conservati a Casa Buonarroti, cui ci introduce il direttore Alessandro Cecchi, per passare poi ad analizzare il Crocifisso di Santo Spirito in legno policromo, mostrando la cura con cui l’artista, ancora giovanissimo, riesce a descrivere l’anatomia del Cristo. Il documentario ci guida quindi alla scoperta dei grandi capolavori pittorici, dal Tondo Doni degli Uffizi alla Deposizione di Cristo nel sepolcro della National Gallery, dalla volta della Cappella Sistina al Giudizio Universale, e approfondisce il delicato e appassionato tema del non finito che caratterizza molte delle opere dell’artista.

Il regista propone inoltre un excursus al Victoria and Albert Museum di Londra dove Holly Trusted, Curatrice del Dipartimento Sculture del museo, ci accompagna nell’Italian Cast Court, ora ribattezzata Weston Cast Court, dove spicca la copia in gesso del David di Michelangelo, realizzata da Clemente Papi nel 1850 e destinata alla formazione di studenti d’arte. Tra gli altri luoghi del film anche il Dipartimento delle arti figurative occidentali dell’Ermitage (di cui conosciamo il responsabile Sergej Androsov), dove si trova il Ragazzo accovacciato in marmo, attribuito a Michelangelo solo in epoca recente.

Michelangelo. Amore e morte offre inoltre la straordinaria possibilità di conoscere i bronzi Rothschild, nudi virili in bronzo che cavalcano due pantere. Appartenute ai banchieri Rothschild, le due sculture sono state attribuite al maestro e sarebbero gli unici bronzi michelangioleschi sopravvissuti ai secoli come ci spiega Victoria Avery, Conservatrice di Arte Applicate del Museo Fitzwilliam di Cambridge.

locandina MODIFICATA TRAILERVENERDI’ 27 OTTOBRE

La vita di Raffaello Sanzio, a partire dalla sua nascita ad Urbino e dall’ambito familiare, viene seguita nel suo periodo fiorentino e in quello romano attraverso la presentazione e lettura di 70 opere d’arte di cui più di 40 di mano del grande pittore. Per la realizzazione di questo film d’arte sono stati necessari 18 mesi di lavoro di cui 30 di riprese e un team produttivo composto da più di 100 professionisti con oltre 200 ore di girato e 40 costumi realizzati su misura.

Lo sforzo produttivo è stato, come si vede, ingente ma non questo non garantiva di per sé la riuscita del progetto. Che invece c’è ed è piena. A partire dall’uso del 3D che a un profano potrebbe apparire quantomeno ‘strano’ nel momento in cui si porta sullo schermo l’opera non di uno scultore ma di un pittore.

Utilizzo che invece si dimostra assolutamente efficace. Un esempio può farne comprendere il valore: nel momento in cui si mettono a confronto Lo sposalizio della Vergine del Perugino (che fu suo maestro) e quello realizzato da Raffaello, la possibilità che il 3D offre di separare i piani in cui si collocano i personaggi, mostra quanto il pittore urbinate a soli 20 anni sapesse guardare all’opera di chi lo aveva preceduto essendo in grado di andare oltre. La tridimensionalità mette in assoluto rilievo i gesti, le posture i volti di coloro che attorniano Giuseppe e Maria rivelando la distanza assoluta tra la fissità rituale pensata dal Perugino e il rapporto diretto con il reale che viene ad instaurarsi ad opera di Raffaello.

Avendo come modello di riferimento gli ormai ‘classici’ sceneggiati televisivi degli anni Settanta si propongono anche i momenti principali della vita del pittore contestualizzandoli con grande efficacia negli edifici e nelle città in cui si svolsero. Questo fa sì che non ci sia la benché minima traccia di accademismo nella ricostruzione del suo percorso artistico grazie anche agli interventi di esperti come Vincenzo Farinella (professore associato di Storia dell’Arte Moderna) per il periodo di Urbino, Antonio Natali (storico dell’arte che è stato direttore della Galleria degli Uffizi) per la presenza a Firenze e Antonio Paolucci (che è stato direttore dei Musei Vaticani) per il periodo legato al Vaticano.

Ognuno di loro fa percepire un’erudizione non sterile ma strettamente intrecciata con la passione per l’opera dell’artista. Una passione che ha costituito il fil rouge che ha attraversato tutto il progetto e che sembra avere lo stesso desiderio che Raffaello aveva nei confronti della conservazione della memoria e della comprensione delle opere degli antichi romani quando scriveva a papa Leone X: “Quanti pontefici, padre santo, quali avevano il medesimo officio che ha Vostra Santità, ma non già il medesimo sapere, né ‘l medesimo valore e grandezza d’animo, quanti – dico – pontefici hanno permesso le ruine e disfacimenti delli templi antichi, delle statue, delli archi e altri edifici, gloria delli lor fondatori? Quanti hanno comportato che, solamente per pigliare terra pozzolana, si siano scavati i fondamenti, onde in poco tempo poi li edifici sono venuti a terra? Quanta calcina si è fatta di statue e d’altri ornamenti antichi?”.

In questa contemporaneità che spesso sembra voler dimenticare il passato e le proprie radici culturali un film come Raffaello – Il principe delle arti ci spinge a riflettere fondendo, con consapevolezza ed efficacia, cultura e intrattenimento.

TRATTI DELL’ARTE FUORI DAI CONFINI

Revolution_POSTER_100x140 modificato TRAILERVENERDI’ 3 NOVEMBRE

Revolution – La Nuova Arte per un Mondo Nuovo è un documentario audace e scrupoloso. Racchiude il racconto di anni cruciali della storia russa e delle avanguardie artistiche che ne hanno cambiato per sempre il volto e lo fa con l’eleganza e la cura tipiche di Margy Kinmonth, pluripremiata autrice della BBC, già regista del documentario dedicato all’Ermitage e nominato ai BATFA.
Grazie all’accesso privilegiato a collezioni di importanti istituzioni russe, Revolution – La Nuova Arte per un Mondo Nuovo si snoda attraverso le vicende rivoluzionarie che prendono il via nel 1917, fondendo i contributi di artisti contemporanei e di esperti d’arte con le testimonianze dirette dei discendenti dei personaggi che della rivoluzione russa sono stati gli assoluti protagonisti.

Con questo mix ponderato e attento Revolution – La Nuova Arte per un Mondo Nuovo riporta in vita gli artisti dell’avanguardia russa e narra le storie di pittori come Chagall, Kandinskij, Malevič e dei pionieri che con loro accolsero una sfida utopica e ambiziosa: quella di costruire una nuova arte per un nuovo mondo, un’arte e un mondo che solo pochi anni dopo sarebbero stati bruscamente disconosciuti e condannati.

Attraverso preziose immagini d’epoca e i contributi di esperti come direttore dell’Ermitage, Mikhail Piotrovsky e la direttrice della Galleria Tret’jakov (il museo moscovita che ospita una delle più grandi collezioni di belle arti russe al mondo), Zelfira Tregulova, il film indaga la storia e le opere delle principali correnti russe, dal raggismo al suprematismo, dal cubo-futurismo al costruttivismo e si interroga sul loro desiderio di liberarsi dal realismo per creare un’arte capace di recuperare l’originalità delle proprie radici. Un percorso artistico irrimediabilmente intrecciato alle vicende politiche della rivoluzione, che le avanguardie precedettero condividendone molte idee per finire poi perseguitate dopo la morte di Lenin. Grazie allo stile vivo e originale di questi artisti, la Russia divenne una punta di diamante dell’avanguardia europea, in ambito figurativo ma anche per quel che concerne la poesia, il cinema, il teatro.

Spiega la regista Margy Kinmonth: “Perché la Russia? Come regista continuo a trovare tantissime storie da raccontare nel passato e nell’arte russa, storie che diventano per me fonte di ispirazione. In questo paese c’è una quantità enorme di arte, dipinti, romanzi, opere teatrali, balletti, opera, musica, architettura e soprattutto ci sono moltissime persone attraverso cui raccontare le storie stesse della Russia”.

Abramovic_POSTER_100x140 modificato TRAILERVENERDI’ 10 NOVEMBRE

In questo docu-film la Abramović parte alla ricerca di nuovi stimoli creativi e viaggia attraverso le vibranti comunità religiose del Brasile per fare esperienza dei rituali sacri e svelare il suo processo creativo. Il sincretismo del Brasile più profondo si fa per lei percorso personale e artistico e racconto per immagini, in un seducente intreccio di profondità e ironia. Tra cerimonie di purificazione e trip psichedelici, Marina riflette sulle affinità tra performance artistiche e rituali e si mette totalmente a nudo, in un tragitto anche interiore nei meandri del suo passato. Un film autenticamente “in between”, sospeso tra arte e vita, tra road movie e spiritual thriller, capace di parlare al cuore dello spettatore e al suo inestinguibile bisogno, consapevole o inconsapevole, di spiritualità.

Nata a Belgrado nel 1946, la Abramović è una delle artiste più importanti del nostro tempo. All’inizio degli anni Settanta studia presso l’Accademia di Belle Arti di Belgrado, dove comincia a sperimentare la performance come forma di arte visuale. Esplorando i limiti fisici e mentali del suo essere, la Abramović approfondisce così il tema della trasformazione emotiva e spirituale e si dedica alla creazione di opere capaci di rendere rituali semplici azioni della vita quotidiana, come stare sdraiati o seduti, sognare e pensare. Nel 1974 viene conosciuta anche in Italia, dove presenta la sua performance Rhytm 4 nella galleria Diagramma di Luciano Inga Pin a Milano. Nel 1976 Marina Abramović lascia la Jugoslavia per trasferirsi ad Amsterdam. Nello stesso anno inizia la collaborazione e la relazione con Ulay, artista tedesco, nato tra l’altro nel suo stesso giorno. I due termineranno il loro rapporto dodici anni dopo, nel 1989, con una camminata lungo la Grande Muraglia Cinese: Marina decide di partire dal lato orientale della muraglia sulle sponde del Mar Giallo, mentre Ulay dalla periferia sud occidentale del deserto del Gobi. I due cammineranno novanta giorni e si incontreranno a metà strada dopo aver percorso entrambi duemila e cinquecento chilometri per dirsi addio. Negli anni ottanta viaggia in Australia e nei deserti di Thar e del Gobi e in Cina; dal 1992 tiene workshop, conferenze, mostre personali e collettive in tutto il mondo fino a vincere nel 1997 la Biennale di Venezia con la performance Balkan Baroque, dove per tre giorni pulisce una montagna di ossa bovine in un rituale di purificazione e di denuncia delle stragi che avvenivano nei Balcani. Nella primavera del 2010 arriva la prima grande retrospettiva negli Stati Uniti al Museum of Modern Art di New York, dove esegue anche la performance The artist is present documentata dall’omonimo documentario. Due anni dopo, nel 2012, è stato il momento della doppia mostra al PAC e alla Galleria Lia Rumma di Milano, dove l’artista ha mostrato tutti i nuovi lavori e svelato al mondo The Abramović Method.

 

Bosch_POSTER_100x140 modificato TRAILERVENERDI’ 17 NOVEMBRE

È stata la più grande retrospettiva mai vista dedicata a Hieronymus Bosch (1453-1516), con l’esposizione di 36 delle 44 opere superstiti della sua produzione.
Hieronymus Bosch – Visions of Genius del Het Noordbrabants Museum, la mostra che si è svolta a ‘s-Hertogenbosch, città natale dell’artista, ha raccolto oltre 420.000 visitatori, accorsi da tutto il mondo per ammirare le bizzarre creazioni di Bosch, con orari di apertura del museo protratti fino all’una di notte per accogliere la fenomenale e inattesa domanda di pubblico a 500 anni dalla morte del pittore olandese.
Per chi si fosse perso quell’esposizione sorprendente e per tutti coloro che vogliono riviverla su grande schermo Il curioso mondo di Hieronymus Bosch. Accompagnato dagli interventi di esperti, come gli stessi curatori della mostra e importanti critici coinvolti per l’occasione, il film approfondirà la vita di questo artista visionario per esplorare ciò che ha ispirato i suoi lavori eccentrici e spesso ossessivi. Interverranno il regista e artista Peter Greenaway, il critico d’arte del Times Rachel Campbell-Johnston e il direttore del Het Noordbrabants Museum Charles de Mooij. Il Curioso Mondo di Hieronymus Bosch permetterà al pubblico di apprezzare nel dettaglio i dipinti di Bosch come mai prima, offrendo una visione attenta di tutte le curiosità nascoste all’interno delle sue tele, dai sacerdoti cannibali agli uccelli a tre teste.
Spiega la storica dell’arte Jennifer Sliwka: “Quando parlo con le persone che hanno visto i dipinti di Bosch e non sono storici dell’arte, quello che ricordano sempre sono i piccoli particolari aneddotici… mi potrebbero raccontare tutto nel dettaglio – come l’immagine di un uomo che cresce da una fragola. Credo che l’aspetto più affascinante di Bosch sia proprio il fatto che venga ricordato in tutti i particolari più intimi”.
Il film riporta in vita la forma originale delle famose pale di Hieronymus Bosch, che sono rimaste per molto tempo separate e sono attualmente divise fra i più grandi musei del mondo. E rivela anche nuove scoperte emerse -utilizzando le tecnologie più avanzate- durante i preparativi per la mostra nell’ambito del “Bosch Research and Conservation Project”.
Il Curioso Mondo di Hieronymus Bosch è stato scelto dalla città di Den Bosch come punta di diamante del “Hieronymus Bosch 500”, il programma di eventi lungo un anno per onorare il 500° anniversario della morte dell’artista. Il film è la conclusione appropriata di queste celebrazioni, che porta Bosch dalla sua città natale alle sale cinematografiche di tutto il mondo.

RIFLESSI DI IMPRESSIONISMO

Segantini_POSTER_100x140 modificato TRAILERVENERDI’ 1 DICEMBRE

Eccentrico, solitario, un “orso di montagna” capace di sentire nel profondo la forza magnetica delle Alpi ma anche l’energia pulsante racchiusa nelle grandi città ottocentesche. Giovanni Segantini (1858-1899) è stato uno dei più grandi divisionisti italiani, un pittore straordinario dal carattere selvaggio e irruento eppure poetico, aggraziato, scrupoloso.
A due anni dalla mostra milanese di Palazzo Reale, che ha celebrato l’impressionante bellezza della sua opera troppo a lungo trascurata raccogliendo oltre 200 mila visitatori in 4 mesi, anche il grande schermo omaggia uno dei pittori più importanti dell’Ottocento italiano, in perenne oscillazione tra divisionismo e simbolismo.
Dopo essersi aggiudicato il Premio del pubblico della sezione arte all’ultimo

Biografilm Festival di Bologna, arriva al cinema Segantini – Ritorno alla natura, diretto da Francesco Fei, con Gioconda Segantini, Annie-Paule Quinsac, Franco Marrocco, Romano Turrini e con la partecipazione speciale di Filippo Timi.
Il docu-film offre la possibilità di scoprire la storia singolare e straordinaria di Giovanni Segantini e della sua innata capacità di sentire la natura come fonte d’ispirazione artistica e spirituale guidandoci attraverso opere come “La Ragazza che fa la calza della Kunsthaus di Zurigo”, “Le due madri”, “L’amore alla fonte della vita” e “L’Angelo della Vita” della Galleria d’Arte Moderna di Milano, “Mezzogiorno sulle Alpi” e il celebre Trittico della Natura custodito a St. Moritz.
Nato ad Arco di Trento, di umili origini e con un tortuoso percorso di vita, Segantini riuscirà a diventare uno dei pittori più autentici dell’Ottocento italiano, pur spegnendosi ad appena 41 anni. Attraverso le strade, i borghi, le valli e i paesaggi alpini che segnarono l’opera e l’anima di un artista capace di colpire anche Vasilij Kandinskij (che confrontandolo con Rossetti e Böcklin, disse che Segantini, pur sembrando il più materiale dei tre, “adottò forme naturali definite, elaborate fin nei minimi particolari e (…) seppe creare figure astratte. Per questo, forse, è interiormente il meno materiale”), il documentario restituisce il ritratto di un uomo complesso, ricostruendo gli scenari della sua vita, mostrandone le opere, i colori e le scelte artistiche e interrogandosi su pensieri e ricordi di chi ha conosciuto e studiato a fondo il pittore trentino.
L’interpretazione di Filippo Timi, che dà voce e volto a Segantini in alcune ricostruzioni storiche realizzate appositamente per questo film, mostra l’intensità delle lettere autografe del pittore e del suo sentire. Tra gli interventi d’eccezione, anche quello della nipote Gioconda Segantini, di Annie-Paul Quinsac, massima esperta dell’arte segantiniana, di Franco Marrocco, direttore dell’Accademia di Brera e di Romano Turrini, storico di Arco.

Monet_POSTER_100x140 modificato TRAILERVENERDI’ 15 DICEMBRE

Tremila lettere di Claude Monet. È a partire da questo immenso patrimonio che si snoda Io, Claude Monet, il nuovo docu-film di Phil Grabsky che arriva al cinema solo il 14 e 15 febbraio.
Proprio a partire dagli scritti di Monet (Parigi, 1840 – Giverny, 1926), accostati alle straordinarie opere conservate nei più importanti musei del mondo, il film rivela la tumultuosa vita interiore del pittore di Giverny, tra momenti di intensa depressione e giorni di assoluta euforia creativa, offrendone così un ritratto complesso e commovente.

Attraverso più di cento dipinti filmati in alta definizione lo spettatore potrà conoscere la vita emotiva e creativa del pittore che con il suo Impression. Soleil levant, esposto nell’aprile del 1874 nello studio del fotografo Nadar, fece parlare il critico Louis Leroy della prima “esposizione degli impressionisti”, dando involontariamente vita al termine che avrebbe segnato buona parte della storia dell’arte europea di fine Ottocento.

Riportate alla vita dall’acclamato attore britannico Henry Goodman, le lettere di Monet narrano infatti il percorso dell’artista da enfant prodige e appassionato caricaturista a maestro indiscusso di fama internazionale e registrano con attenzione gli incontri più importanti – come quelli col pittore Eugène Boudin e col primo ministro e amico Georges Clemenceau, che nel 1899 gli scrive “Voi ritagliate dei pezzetti di cielo e li gettate in faccia alla gente. Niente sarebbe così stupido come dirvi grazie: non si ringrazia un raggio di sole”.
Molte lettere mostrano inoltre la disperazione, i momenti di oscura depressione e anche il tentativo di suicidio, i problemi di salute, i lutti e le complesse relazioni con Camille Doncieux e Alice Hoschedé, prima e seconda moglie dell’artista. “Sono assolutamente disgustato e demoralizzato dall’esistenza che sto conducendo da così tanto tempo… Ogni giorno porta con sé nuovi affanni e nuove difficoltà, da cui non riuscirò a liberarmi”, scrive Monet al medico George de Bellio sul finire degli anni ’70 dell’Ottocento.

Ma in egual misura la corrispondenza di Monet celebra le gioie della pittura e del mondo naturale. Siamo nella “Mecca dell’Impressionismo”, quella Giverny in cui Monet dipingeva sotto il sole cocente e sotto la pioggia battente per studiare tutte le infinite sfumature della luce. Un luogo descritto come una visione paradisiaca dai visitatori del tempo, gli stessi che si fermano sul bordo della strada a sbirciare papaveri di campo, primule, violette, margherite, fiordalisi, o che allungano il collo dai finestrini del treno per scorgere il ponticello giapponese o un angolo dello stagno, con quelle ninfee “silenti e misteriose più di ogni altro fiore”, passione e ossessione decennale di un artista che inseguì il sogno della forma e del colore quasi fino all’autodistruzione. erano l’anima del duo giardino.

Io, Claude Monet ripercorre i luoghi in cui Monet dipinse e scrisse le sue lettere, da Honfleur a Étretat, da Parigi a Venezia, da Londra a Le Havre e dà inoltre spazio alla corrispondenza poco nota coi colleghi impressionisti Bazille, Manet e Pissarro e agli accesi scambi di opinione col mercante Paul Durand-Ruel, mostrando il rapporto spesso conflittuale di Monet con il mondo dell’arte.

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