RASSEGNA DEL MARTEDI’ POMERIGGIO

 

“POMERIGGIO AL CINEMA”

LA RASSEGNA DEL MARTEDI’ POMERIGGIO

PROGRAMMA FINO AL 27 FEBBRAIO

ORE 16:00 e 18:45

INGRESSO € 3,00

 

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MARTEDI’ 23 GENNAIO

Pio, 14 anni, vive nella piccolo comunità Rom denominata A Ciambra in Calabria. Beve, fuma ed è uno dei pochi che siano in relazione con tutte le realtà presenti in zona: gli italiani, gli africani e i suoi consanguinei Rom. Pio segue e ammira il fratello maggiore Cosimo e da lui apprende gli elementi basilari del furto. Quando Cosimo e il padre vengono arrestati tocca a Pio il ruolo del capofamiglia precoce che deve provvedere al sostentamento della numerosa famiglia.  Jonas Carpignano torna nei luoghi che avevano contrassegnato i suoi esordi e lo fa con la passione e la tenacia di chi conosce a fondo la materia che intende trattare, se ne lascia attrarre conservando però sempre il controllo di un film che fonde una riflessione socio antropologica al desiderio di raccontare una fase di passaggio fondamentale per il suo protagonista. Il quale è quel Pio Amato che già si era fatto notare in Mediterranea e che qui porta sulle fisicamente fragili ma attorialmente solide spalle l’intero film.  Nel suo sguardo si leggono domande esistenziali che la voce non sa esprimere così come dalla sua ritrosia e dai suoi imbarazzi emergono i segni di un’infanzia e di una preadolescenza che non hanno potuto essere tali a causa di una precoce immissione nel non facile mondo degli adulti. Che tale non lo considerano (a partire dal fratello) ma che nulla gli nascondono di una realtà quotidiana in cui il mestiere di vivere richiede la capacità di guardarsi costantemente le spalle.
Carpignano si mette al servizio di queste persone che in gran parte recitano se stesse e lo fanno con una spontaneità e veridicità che pochi nel cinema italiano sanno gestire con altrettanta maestria. La macchina da presa entra nelle loro vite senza pretendere di asservirle ai propri fini e sapendo anche mutare modalità e tempi a seconda della comunità messa in luce di volta in volta. Gli africani (che per i Rom sono tutti ‘marocchini’) hanno una vitalità non folcloristica ma quasi necessitata dal dover sopravvivere in un ambiente non amichevole che contrasta con la lucida determinazione malavitosa degli uomini della ndrangheta locale.
Osservato con uno sguardo lucido ed esterno,
A Ciambra si presenta come un efficace e partecipe ritratto di un mondo che molti preferiscono non conoscere e disprezzare. Non è però possibile nascondere il dubbio che proprio a costoro, in un periodo particolarmente caldo nei confronti dell’immigrazione, offra occasione per un’ulteriore conferma dei propri assunti aprioristici e generalizzanti. 

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MARTEDI’ 30 GENNAIO

Quando il pensionato Tony Webster (Jim Broadbent) riceve in eredità il vecchio diario di un amico d’infanzia, L’altra metà della storia affiora dal passato e gli eventi più significativi della sua giovinezza vengono rimessi in discussione. I ricordi, raccolti nel diario e affidati all’uomo secondo precise volontà testamentarie, sono ora nelle mani di un’anziana Veronica (Charlotte Rampling), la ragazza con cui Tony stava ai tempi dell’università. Il tentativo di sottrarre il diario all’enigmatica Veronica, lo costringe a ripercorrere gli anni giovanili della loro storia d’amore, il tradimento e la relazione della ragazza con il suo migliore amico. Il viaggio attraverso le pagine impolverate apre cassetti del passato rimasti chiusi per anni, dai quali si riversano inganni, rimpianti e senso di colpa. Tony troverà il coraggio di scavare in profondità e assumersi la responsabilità delle devastanti conseguenze dei gesti che ha compiuto tanti anni prima?  Come si porta sullo schermo un romanzo che ha entusiasmato milioni di lettori? Per adattare “Il senso di una fine” di Julian Barnes, il regista Ritesh Batra e lo sceneggiatore Nick Payne hanno ascoltato i consigli dello scrittore che li ha invitati a fare del suo testo quello che volevano, con la consapevolezza che allontanarsene non significa necessariamente tradirne lo spirito. Un film aggiunge alla parola scritta la componente visuale che costituisce un limite all’immaginazione potenzialmente illimitata del lettore, è un linguaggio diverso, che concretizza le emozioni in un volto, in parole pronunciate da un attore. In questo caso la narrazione in prima persona, il flusso di coscienza di Tony Webster, che racconta in due parti ben distinte il suo passato e il presente in base ai propri ricordi, è stata resa coi flashback che appaiono man mano che il protagonista ricostruisce l’accaduto, mentre alcuni personaggi sono stati espansi per lo schermo. Il risultato è soddisfacente (almeno per chi non ha letto il libro) e ripropone temi e interrogativi del romanzo come la fallacia della memoria, l’inconscia ricostruzione del passato, la necessità di confrontare i propri ricordi e le conseguenze delle nostre azioni più impulsive, con un pizzico d’ottimismo in più nel finale. Attori al top, con Jim Broadbent, Harriet Walter e Charlotte Rampling sugli scudi.

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MARTEDI’ 6 FEBBRAIO

Se la legge e il senso comune contrastano tra loro, è possibile sovvertire L’ordine delle cose? La domanda tormenta il povero Corrado (Paolo Pierobon), un alto funzionario del Ministero degli Interni italiano specializzato in missioni internazionali contro l’immigrazione clandestina. A lui viene affidato il delicato compito di arginare i viaggi illegali dalla Libia verso l’Italia, conciliando la realtà di un Paese attraversato da profonde tensioni intestine, la Libia post-Gheddafi, con gli interessi italiani ed europei. Corrado fa il suo lavoro, e lo fa bene come al solito: stringe mani, incontra colleghi italiani e francesi (tra i quali Luigi, Giuseppe Battiston), si muove tra le stanze del potere, porti e centri di detenzione per migranti. Ma commette un errore imperdonabile. Si lascia coinvolgere nelle vicende personali dell’ostinata Swada, una donna somala che sta cercando di scappare dalla detenzione libica e di attraversare il mare per raggiungere il marito in Europa. La missione di Corrado, incentrata sui numeri e non sulle persone, apre al lato umano della questione. La storia di Swada sfiora la coscienza dell’irreprensibile funzionario, adesso combattuto tra l’adempimento del suo dovere e l’istinto di aiutare qualcuno in difficoltà.

Quando Andrea Segre ha cominciato a lavorare a questo film, e ce lo ricorda lui stesso nelle note di regia, non immaginava che gli scenari politici tra Italia e Libia relativi alla gestione del flusso dei migranti sarebbero diventati così simili a quelli da lui immaginati.
Perché di quello parla, ancora,
Segre: dei migranti, del rapporto tra quel mondo e il nostro, e dell’assurdità dell’esistenza, nella mentalità comune, di una distinzione tra i due. L’ordine delle cose non è però il film militante in senso aggressivo e tradizionale che ci si potrebbe forse aspettare.
Non è un film che declina, pur con gli strumenti del cinema, gli slogan da manifestazione o da assemblea studentesca, o che – peggio – ragiona su una delle questioni più scottanti e urgenti dei nostri tempi con quelle estremizzazioni facilone che dai social network si sono allargate in tempi rapidissimi ai talk show e ai giornali (anche se forse è più vero che la dinamica è andata al contrario). È un film migliore di questo, più intelligente, più aperto.

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MARTEDI’ 13 FEBBRAIO

Dove non ho mai abitato segue i conflitti emotivi di Francesca (Emmanuelle Devos), 50 anni, unica figlia di un famoso architetto di Torino (Giulio Brogi), al quale fa visita solo in rare occasioni. Da molti anni infatti, Francesca vive a Parigi con la figlia adolescente e il marito Benoît (Hippolyte Girardot), un finanziere sulla sessantina, in apparenza riservato ma paterno e protettivo nei suoi riguardi. A causa di un infortunio domestico che costringe l’anziano padre a letto, la donna vola a Torino per fare le veci del genitore nel progetto di una villa su un lago per una giovane coppia. Sul lavoro incontra l’architetto Massimo (Fabrizio Gifuni), suo coetaneo concentrato sulla carriera e impegnato in una relazione aperta con l’indipendente Sandra (Isabella Briganti). Dopo un difficile primo approccio, tra Massimo e Francesca si instaura una forte sintonia professionale che sfocia in un sentimento profondo e passionale.

Una storia d’amore, intesa nel senso più ampio – quella fra un padre e una figlia, spesso difficile, e quella fra un uomo e una donna, talvolta impossibile – sono al centro del ritorno di Paolo Franchi alle atmosfere sospese del suo esordio, La spettatrice. Dove non ho mai abitato è un un melodramma di ambiente borghese, sullo sfondo di una Torino immobile ed elegante, che sviluppa la lotta contro l’immobilismo di Emmanuelle Devos e Fabrizio Gifuni, il cui mestiere di architetti concede la possibilità di immaginare e ideare gli spazi della quotidianità degli altri, ma non i propri. Il loro incontro farà scattare un campanello d’allarme, mettendo in moto desideri sopiti e sogni accantonati. Caldo e freddo, emozione e geometrica precisione, sono ben armonizzati dal registra lombardo: Dove non ho mai abitato è il suo miglior film

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MARTEDI’ 20 FEBBRAIO

Amori che non sanno stare al mondo è la storia di Claudia (Lucia Mascino) e Flavio (Thomas Trabacchi), non una storia d’amore. Non più. La fine della relazione è traumatica per la romantica Claudia, che anche dopo la separazione non riesce a dimenticare. Per Flavio invece, andare avanti è un’urgenza, un istinto alimentato dall’incontro con la giovane Giorgia. In un attimo, complice la pioggia d’estate, tra l’uomo e l’energica trentenne scocca la scintilla. Nel frattempo anche Claudia si riavvicina all’amica Nina (Valentina Bellè), vecchia compagna di università alla quale era legata da una semplice amicizia. Adesso però le cose sono cambiate: nell’abbraccio della seducente Nina la protagonista ritroverà l’amore.

Francesca Comencini ha trovato in Lucia Mascino l’interprete perfetta per tradurre il suo romanzo in cinema senza che emergesse la benché minima sbavatura di derivazione letteraria.

È senz’altro merito di un adattamento attento ma senza lo sguardo e il corpo giusti il risultato non sarebbe stato raggiunto con altrettanta efficacia. Perché, in questa occasione, la regia si concede di variare toni emozionali e stili di ripresa. Prendersi, ad esempio, il rischio di insertare immagini sgranate del passato affidando loro una sorta di controcanto all’oggi non era una scelta facile ma risulta efficace. Comencini sa poi come leggere nell’animo delle donne senza però affrontare in modo manicheo il mondo maschile.
Thomas Trabacchi riesce così a rendere le incertezze e le domande di un uomo che si sente ‘messo’ a nudo’ (anche in senso letterale) da una femminilità nei confronti della quale crede di aver trovato la giusta forma di adattamento trovandosi poi continuamente smentito. È però Claudia a condurre il gioco ed è Lucia Mascino ad affrontare tutti gli stati d’animo richiesti (e sono davvero tanti) offrendo loro sempre (anche in quelli più esasperati) una fondamentale base di verosimiglianza. Claudia vuole e non vuole allo stesso tempo, affronta il turbamento come un’esperienza da cui fuggire ma poi vi si immerge, pretende attenzione anche quando chi le sta di fronte non gliela vuole concedere. A tratti sembra determinata quasi fosse una manager dei sentimenti per poi precipitare poco dopo nell’ansia da mancato accudimento.
Non saranno poche le donne sue coetanee che si ritroveranno in almeno uno dei suoi stati emotivi o in una delle situazioni che vive. Così come non sono molte le commedie che sappiano guardare oltre la superficie delle sempre più complesse relazioni amorose non dimenticando che sorriso e riflessione possono coesistere in un film così come nella vita.

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MARTEDI’ 27 FEBBRAIO

Ritorno in Borgogna vede protagonisti tre fratelli proprietari di un grande vigneto nella regione francese. Informato della malattia terminale del padre, Jean (Pio Marmaï) torna a casa dopo dieci anni di assenza per aiutare la sorella Juliette (Ana Girardot) e il fratello Jérémie (François Civil) nella gestione della tenuta di famiglia. Ricostruire il legame non è facile e i rapporti ormai incrinati minacciano di interferire nella raccolta. La morte del padre poco prima della vendemmia infatti, investe i tre figli di responsabilità più grandi di loro. Con l’avvicendarsi delle stagioni e la collaborazione costante, i tre aspiranti viticoltori riscoprono e reinventano i loro legami familiari, grazie alla passione per il vino che li unisce fin da bambini.

Il francese Cédric Klapisch ha scelto la regione vinicola per eccellenza, la Borgogna, per raccontare la storia di due fratelli e una sorella alle prese con la morte del padre e il dubbio se continuare o meno l’attività vinicola di famiglia. Pieno di metafore sul tempo di invecchiamento del vino e quello degli uomini, Ritorno in Borgogna racconta di una famiglia che si ricostruisce dopo la morte del padre, cercando di recuperare le proprie radici per poterle superare senza rinnegarle. Bravi gli attori, semplice e non urlata la sceneggiatura, che evita ogni scena madre o di dolore per concentrarsi sulle toccanti fragilità, dei protagonisti come di noi spettatori. Un film a cui voler bene, come uno di famiglia, nonostante i difetti.

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